Tiro istintivo

Associazione Arcieri Ziano di Fiemme

 
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L'Associazione Arcieri Ziano di Fiemme, come abbiamo già accennato nella home page del sito, da la possibilità di tirare a tutti coloro che praticano il tiro con l'arco in ogni sua forma, inteso con ogni tipologia di arco, dallo storico al tecnologico con e senza mirini, perchè crediamo che tutti possano avere la possibilità di usare la propria attrezzatura presso in nostro campo di tiro, seguendo il regolamento dell'Associazione.

Noi, soci fondatori, prediligiamo il tiro istintivo, con il quale abbiamo iniziato a tirare e con il quale continuiamo a tirare divertendoci; per questo abbiamo voluto dedicare questa parte di sito all'approfondimento di questa "tecnica" inserendo alcuni articoli e curiosità raccolte in rete...

Due parole sul Tiro istintivo

- Articolo tratto da DIANA (Editoriale Olimpia, 1995)

Non ha niente (o quasi) a che vedere con il tiro olimpionico, presuppone un’attitudine mentale ben particolare basata sul principio "dell’unica possibilità", è dinamico e micidiale. Vediamo insieme cos’è il tiro istintivo-venatorio.

Parlando di tiro con l’arco ad un profano (magari anch’esso tiratore al bersaglio, ma con altre armi) spesso accade di vederlo sbalordire di fronte al panorama delle specializzazioni esistenti. Si potrebbe dire che l’aspetto riduttivo-luogo comune-che emerge sopra quest’attività vista dal di fuori, derivi da una totale ignoranza sull’efficacia sua basata sull’incredula convinzione che l’arco e la freccia siano poco più che giocattoli; e non a torto visto la pochezza dei seguaci attuali e la scarsa informazione da sempre circolata. In effetti l’arco ha segnato l’incedere delle ere e delle epoche, ribaltando imperi e procurando di che vivere ai popoli cacciatori. Si sono sviluppate tecniche diverse applicate a mezzi di caccia, territori, materie prime, selvaggine diverse; ognuna di queste perfettamente ergonomica ed efficace perché rispondente all’esigenza primaria dell’uomo: la sopravvivenza.

La freccia possiede delle capacità letali alte tanto quanto qualsiasi arma da fuoco. Semplicemente è ben più difficile gestirla in caccia in modo proficuo senza un allenamento ed una tecnica ben specializzata. E oggi non si possono fare esperimenti: la caccia responsabile esige sempre e comunque il colpo risolutivo a segno.
Visto che non si nasce "imparati", bisogna innanzi tutto impratichirsi con l’attrezzatura. Se un cacciatore tradizionale, sia esso a palla o a munizione spezzata non sente la necessità di un allenamento particolare (se non per puro diletto), l’arciere cacciatore deve assolutamente puntare alla caccia simulata come "passatempo" costante per tutto l’apprendistato e oltre.

Gestire correttamente l’attrezzatura comporta fatica fisica; più l’arco è forte più probabilità avrà il cacciatore di colpire efficacemente, e maggiormente dovrà sottoporsi ad un serio allenamento. Chi volesse cacciare Grizzly in Canada, o Elefanti e Bufali in Africa, dovrà potenziarsi a tal punto da governare con precisione archi da ottanta-cento libbre, e la cosa non è da tutti. Beninteso, chi si rivolgerà alla selvaggina nostrana potrà limitarsi a carichi inferiori della metà, e la cosa diventerà senz’altro più rilassante. In ogni caso due sessioni minime di allenamento settimanali, con 150-300 frecce scagliate suppliranno ogni defaillance.

Questo per ciò che riguarda la parte prettamente "fisica". Purtroppo non basta. Il tiro con l’arco, e la caccia soprattutto, sono "sport" le cui componenti mentali rivestono un’importanza fondamentale, e così anche il cervello deve allenarsi.

A che cosa? a contare sulla freccia della verità. Non serve scagliare frecce a ripetizione (se non per allenare i muscoli), bisogna tirare ogni freccia immaginando che sia l’unica che può salvare la nostra vita. Puntare a ciò con la massima energia possibile allena la mente alla giusta ottica venatoria. Ed è così che deve sempre essere. Fatte queste poche ma doverose premesse, introduciamoci nella questione tecnica per eccellenza. Diamo per scontato che il training fondamentale sia acquisito (cioè si possieda un minimo di confidenza con i propri attrezzi) e vediamo quale è, se esiste, la tecnica di tiro per la caccia vera, o simulata.

Diciamo subito che esistono due grandi visioni, quella tecnologica e quella tradizionale. Visto che entrambe possiedono lati forti e deboli, e che sono a tutti gli effetti complementari, puntiamo a quella "storica" per eccellenza ripromettendoci di esaminare la via moderna in un secondo tempo. Il tiro tradizionale nasce con l’arco tradizionale, cioè quello semplice ed essenziale dei primordi della storia. La visione suddetta fa sua la pratica del "tiro istintivo", termine fuorviante poichè non derivante da qualsiasi sorta di programmazione genetica (anche se nutro qualche ottimistico dubbio), e meglio inquadrabile come "tiro naturale".

 

Niente mira oggettiva né calcolo

Esso presuppone l’assoluta mancanza di strumenti di mira e l’inutilità della valutazione oggettiva della distanza di tiro.La freccia compie comunque una parabola apprezzabile, nel suo cammino. Associare la valutazione giusta della distanza del bersaglio da noi implica un vero e proprio calcolo balistico. Se la distanza esula i trenta metri, il gioco si fa difficile. Ma tra i postulati sacri della caccia con l’arco si trova il lemma che vieta assolutamente tiri a distanza superiore, e quindi tutta la vicenda si semplifica. A venti metri, distanza ottimale per per colpire, la traiettoria è pressoché rettilinea. Il tiro istintivo predica di mirare con il corpo, e non solo con gli occhi. E’ fondamentale quindi sensibilizzarsi sull’assetto del corpo, e non rimanere vincolati a schemi accademici di tiro "scuola".

Il terreno di caccia è sempre vario, quasi mai troverete un appoggio regolare e piano. Ecco che diventa importante quindi essere flessibili, percependo come fondamentale l’asse scapolo omerale che si configura quando tendete l’arco. Il braccio di esso, la mano che lo regge (non lo stringe) le spalle, e l’avambraccio dalla parte della corda devono essere "l’affusto" pivotabile grazie al bacino su cui impostare la corretta azione. Essa deve essere sempre dinamica, perfettamente fluida ed in "espansione".

Non importa assolutamente bloccarsi in mira, anche perché non avete alcun mirino da collimare. E allora come fate a prenderci? Semplice. Basta concentrarsi sulla più piccola porzione di bersaglio visibile, e scoccare. Certamente le prime volte i risultati non saranno eclatanti, ma il "computer" interiore, via via che acquisisce informazioni specializzerà il gesto. E’ comunque fondamentale focalizzare l’azione sul piano verticale, cioè enfatizzare l’azione dinamica avanti-dietro in modo da mantenere sempre il piano di forza corretto. In questo modo ridurrete gli errori sull’orizzontale, e disperderete solo in alto-basso. Se siete già impostati bene, dovreste aver già apprezzato ciò. Questo, in altre parole, significa che l’unico ostacolo da superare è legato alle diverse distanze da coprire, e l’allenamento con il vostro computer interiore farà il resto. E’ solo questione di pratica.

La distanza limite dei venti metri in caccia reale è importante proprio perché non implica particolari difficoltà balistiche, e la freccia da caccia pesante, con qualsiasi arco da caccia venga scagliata, possederà ancora sufficiente energia per poter penetrare lesivamente i tessuti. In caccia simulata, per divertimento, si può andare ben oltre, e fino a quaranta-cinquanta metri si potrà ottenere egualmente un buon raggruppamento di rosata con un buon allenamento. Nelle competizioni, tali distanze sono comuni, ed è estremamente utile allenarsi anche a distanze superiori.

Ci si renderà conto rapidamente dell’importanza dell’assetto sul piano verticale e dell’importanza del "follow through" successivo al tiro. Su questo torneremo più avanti.

L’impostazione del corpo

Un particolare importante: inclinate il busto in avanti, e parallelamente anche l’arco; vi permetterà una visione estremamente chiara di ciò che vi circonda, e una "comunicazione" diretta con il bersaglio senza il diaframma visivo della finestra dell’arco (ciò è inevitabile quando lo si mantiene diritto).

Ricordate: l’equilibrio della postura è fondamentale, e va ricercato sempre prima di impostare il tiro. Non sacrificate energie, in allenamento, alla scoperta del miglior assetto. Esso sarà sempre e comunque quello che vi permetterà un’espansione efficace ed un controllo durante e dopo il rilascio.

Questo stile di tiro può ovviamente personalizzarsi alle specifiche antropometriche del tiratore. Chiamandosi "istintivo" non può essere racchiuso da uno schema unico per tutti. Il segreto della sua efficacia è proprio in questa sua attitudine all’adattamento, che tiene come punto fisso la dinamicità dell’azione e la fluidità.

Questa tanto decantata dinamicità per conseguenza riflette un’altra sua potente specifica: la velocità del tiro.

Tirare velocemente e ripetutamente fa parte del background di ogni cacciatore vero o simulato che si rispetti. Per arrivare a ciò, diventa ancor più necessario allenarsi a tirare mantenendo fissa la concentrazione sul bersaglio, senza mai distoglierla. L’operazione di incocco, che prelude al tiro, deve diventare automatica e assolutamente ininfluente sul flusso dell’azione, finalizzata al cogliere il bersaglio.

Incoccare senza guardare la freccia

Da ciò risulta evidente come sia necessario apprendere ad incoccare sulla corda non guardando altro che avanti a sé, verso il bersaglio.

Per far sì che questo "stile" si faccia proprio, non c’è niente di più avvincente come l’allenamento di caccia simulata su sagome tridimensionali e bersagli mobili. Ma anche vagar per boschi, tirando a foglie cadute, rami secchi, macchie di luce, (il classico Roving) che da decenni è sempre stato il modo migliore per allenarsi fuori stagione, rappresenta un bellissimo modo per testare la propria preparazione prima di scendere in campo.

Un allenamento estremamente proficuo si può attuare tirando a distanze "limite", assolutamente fantasiose. Ciò potrà essere utile per rendersi conto dell’influenza del proprio io sull’atto del tiro; in altre parole, da vicino, la concentrazione e la rilassatezza necessaria al buon tiro spesso viene inquinata dal timore di non colpire, e l’atto subisce una perturbazione tale da bloccare il flusso naturale.

Subentrano fattori di disistima ed insicurezza (...non son ben sicuro di essere allineato, non so se sto cedendo, ho paura di far brutta figura di fronte agli amici...ecc.) che rovinano tutto, e il controllo automatico del gesto va a farsi benedire poiché il cervello razionale prende il sopravvento su quello istintivo cercando di analizzare e correggere. Purtroppo il nostro cervello analitico può prendere in considerazione un solo processo alla volta, e nel tempo, seppur breve, dell’analisi, tutta la catena di azioni e reazioni naturali si inibisce.

Per rendersi conto di ciò, appunto, la cura può essere il tiro alla lunga e lunghissima distanza. Se ponete un palo a cento passi, e cercate di indirizzare le frecce contro una lattina di birra infilzata sulla sua sommità, affronterete tutto come un gioco e la vostra ragione si farà "una ragione" del fatto che per il vostro livello ciò che vi è chiesto va oltre l’umano limite. Sarete molto più indulgenti con voi stessi e con i vostri dubbi ed incertezze.

Tirerete e basta, magari godendovi una buona volta un volo delle vostre frecce per intero che durerà almeno due secondi. Ebbene, tirate pure in libertà parecchie frecce. Poi andate a ricercarle sul terreno. Molto difficilmente avrete colto la lattina, ma non stupitevi se una o due frecce hanno colpito il palo o sono nelle sue immediate vicinanze. Un prodigio? Fate di più. Cercate sul terreno le due frecce più lontane (nel senso orizzontale) disperse a destra e sinistra, e misurate "l’errore". Probabilmente sarà di due o tre metri, non maggiore.

Ora riportate questo errore alla distanza: tale scarto, confrontato alle distanze classiche a cui vi allenate, corrisponde ad uno scarto di dieci cm. in più o meno dal centro. Uno scarto veramente esiguo, se pensate alle giornate no dove da pochi metri vi capita di sbagliare il paglione. Ecco quindi la risposta: in situazione rilassata, il vostro computer interiore gestisce perfettamente tutta la situazione, ed è in grado di fare cose ben più grandi di quelle che supporreste. E’ chiaro, il fatto di saperlo non guarirà in un lampo le vostre "affezioni". Però vi segnalerà una via, tutt’altro che pessimistica, da seguire per risolvere i vostri problemi.

Lasciar fluire l’istinto (la naturalità?), parcheggiare per una buona volta l’Io arrogante della ragione e abbandonarsi alla fisicità dell’atto senza paragonare sé stessi a qualsivoglia modello cercando di essere non solo apparire , è un’interessante ricetta antistress che vale non solo per il tiro con l’arco, ma che esprime la sua potenza in modo molto immediato attraverso l’applicazione di questa antica disciplina istintiva. Se veramente riuscirete a farvene una "ragione", vi renderete consapevoli di possedere tutto ciò che vi serve e avrete fatto una grande conquista in termini di autostima e fiducia. E credetemi, questo è ciò che più conta.

Il Follow-Through, questo sconosciuto.

Tirando alle lunghe distanze si scopriranno più facilmente i "misteri" del follow throgh.

In effetti quest’ ultimo è sempre stato spiegato in maniera alquanto sibillina. Se leggete sulla maggior parte dei manuali d’istruzione il capitolo dediatogli, sembra che tra le fasi del tiro prese rigorosamente in esame (postura, incocco, tensione, mira, rilascio e... Follow-Through) il nostro sia una sorta di costrizione forzata finale necessaria per l’autoesame cosciente dell’azione mentre la freccia corre verso il bersaglio. Tutto ciò fatto con l’arco ancora vibrante in mano, l’occhio che scruta l’impatto della freccia, e la mano della corda mollemente rilassata sulla spalla.

A molti allievi, invero, gli viene ordinato tutto ciò, quando ancora non riescono a capirne il significato perchè non capaci di organizzare completamente l’azione coordinata del tiro, e quando per loro tirare frecce in serie una dopo l’altra nel tentativo di svuotare rapidamente la faretra sembra l’unico incosciente obbiettivo da perseguire.

Ebbene, è questo il caso eclatante in cui la causa viene confusa con l’effetto. Il follow through avviene quando l’azione di tiro, svoltasi in ossequio ai piani di forza, è avvenuta nel modo migliore. Esso accade da solo, quando la concentrazione di chi tira è tale da spingere in volo la freccia durante tutta la sua parabola verso il centro del bersaglio, quando l’energia dell’arciere (non solo quella muscolare) si proietta nell’atto di colpire il segno voluto. Non è quindi una "figura" obbligata del tirare, ma è la conseguenza diretta, osservabile dall’esterno, di un’azione ben fatta. Per cercarla, la raffigurazione mentale, l’idealizzazione di poter realmente guidare la freccia nel suo volo con la forza della mente dopo il rilascio, è ciò che serve. Da fuori, gli spettatori vedranno un perfetto Follow Through.

La Manutenzione del Cervello

- Articolo tratto da ARCO (Greentime Editori, 1996)

Fare "manutenzione" in casa, alla sera, è un gran bello. Pochi, tra tutti gli arcieri che conosco, sostengono che mettersi comodi davanti a frecce da riparare, costruire, modificare sia odiosamente fastidioso. Coccolare il proprio arco, è coccolare sé stessi. Personalizzare tante piccole cose è renderle più proprie. Quest’aspetto della vita arcieristica ne scopre un altro, ben più profondo, legato ad una altra e più importante manutenzione: quella del cervello.

Queste note provengono da un cacciatore che usa l’arco al posto del fucile. Non vengono da uno psicologo né da un maestro Zen. Se troverete ripetuti esempi venatori, ciò accade per via della mia esperienza, della quale soffertamente conosco i risvolti "tecnici".

Ma non sono a senso unico. Toccano, seppur timidamente, la problematica legata agli imperscrutabili e oscuri processi mentali che si ritiene siano gli unici veri responsabili di quella dote essenziale, la precisione, che è tanto agognata da tutti coloro che tirano d’arco. E quindi devono riguardare tutti. La paura del bersaglio occhieggia dietro l’angolo di qualsiasi percorso personale, agonistico o venatorio che sia. Prima o poi salta fuori, e quando accade son dolori.

Non esiste la ricetta per sconfiggerla, ma esistono sistemi per conviverci senza traumi, e soprattutto modi di aggredirla per ridurne gli effetti.

Cacciare, e vivere la natura da cacciatori è un richiamo potente; lavorare su di sé attraverso la Caccia rappresenta una fetta di piacere a cui non mi è possibile rinunciare perchè fa parte del gioco della vita senza mezze misure.

Se esplorare, scoprire, appostarsi, attendere, vagare, braccare, inseguire e tracciare sono i verbi che più si coniugano tra chi caccia, l' altra metà del piacere la si ritrova nel coccolare, migliorare ed accudire la propria attrezzatura venatoria.

Stessa cosa, forse ancor più tecnica ed affilata, riguarda l’agonista, e l’appassionato di armi antiche.

Se per un cacciatore "tradizionale" che usa il fucile la fine della stagione significa più o meno il termine stagionale del rapporto di complicità con la propria arma, per l' arciere ciò non è possibile. L' allenamento e la competizione sono il nuovo stimolo, sicuramente meno potente ma ugualmente sonoro, che, leggi sempre permettendo, alimenteranno le stagioni morte.

Il cacciatore si spoglia della sua mimetica e ritorna semplice arciere, caccia non più il cinghiale ma si accontenta di scoccare le sue frecce contro i simulacri della sua preda preferita. Se tre mesi all' anno vengono vissuti intensamente, i restanti devono servire per non perdere l' occhio e l'attenzione, sfruttando l' immaginazione e visualizzando l'atto di caccia nei minimi particolari per poter essere sempre pronti.

Tirare con l'arco è al novanta per cento un problema di mente; la tecnica e l'attrezzatura sono importanti, ma mai così pregiudiziali nei confronti di un' azione ben condotta.

Ecco perchè la manutenzione più importante è da riservare proprio all' arciere, e tale training deve essere sempre condotto con coscienza.

Uno dei problemi più grossi che possono intervenire al cacciatore durante la sua carriera in America è chiamato sinteticamente Buck Fever, che, tradotto suona come la febbre da trofeo. Il tiratore parla invece di "paura del giallo", e panico da bersaglio, che sono la stessa identica cosa.

Capita sovente infatti che ottimi arcieri, al sopravvenire di problemi personali (problemi che la vita d' oggi è ben prodiga ad elargire) perdano il controllo delle proprie emozioni e trovandosi di fronte al "trofeo" della loro vita, quello sempre agognato e idealizzato, non riescano a trovare la forza per compiere un gesto ben fatto; ciò si traduce in una trazione dell' arco incompleta, oppure un rilascio troppo affrettato, oppure in un vero e proprio "congelamento" davanti alla preda ignara, proprio come succede a John Voight davanti al cervo nel bel film Un tranquillo Week End di Paura del regista John Boorman.

Davanti al bersaglio di carta avviene la stessa cosa: impossibilità di uscire da clicker, difficoltà nel concentrarsi sull’oro, con l’ insoddisfazione e l’insicurezza che portano alla dispersione della rosata.

In passato assistetti a veri e propri drammi personali. Un arciere agonista, terrorizzato dal centro dorato della targa ingigantito dalla diottra del suo compound, arrivò a tarare il suo mirino sul rosso...pensando di ingannare il nemico che gli stava dentro Ho visto arcieri tradizionali montare clicker sul longbow, per impedirsi lo snap-shooting, anche a costo di snaturare la bellezza del proprio arco.

E potrebbero farsi decine di esempi sullo stesso stampo.

Ciò pare derivi da un conflitto tra la mente conscia, razionale, e quella inconscia ed istintiva. Questo conflitto di competenze porta ad una vera e propria interruzione del gesto, e conduce inevitabilmente all' errore.

L'insicurezza interiore è una delle cause che più di ogni altra provoca l' insorgere di questo morbo, e la cura più efficace consiste nel...vivere felici e spensierati, guadagnare un sacco di soldi, avere successo nella vita, credere nelle proprie idee, esser pieni di donne che bramano la tua conoscenza (nel caso dei maschietti) rivolgersi verso la vita con atteggiamento positivo e creativo, essere innamorati e ricambiati, insomma essere compiutamente felici.

Qualcuno forse ha qualche altra idea?

Più l’elettroencefalogramma è piatto, più non ci si pone problemi. Più il gesto è automatizzato in modo animale, più ci si piglia. Più ci si chiede il perché delle cose, e si soffre nel non scoprirlo, maggiormente ci si frustra. Potremmo portare in esempio fior di filosofie. Ma il fatto resta: quando ci si mette in dubbio, e si reagisce angosciati, il target panic è pronto a tessere le sue insidiose trame.

A volte accade per gradi, lentamente ed inesorabilmente. A volte arriva all’improvviso. Quando ci si è dentro, è troppo tardi per uscirne al volo.

Si può adottare una medicina preventiva: dosare il proprio allenamento, quindi l' attività post-stagione, con intelligenza portando attenzione via via sempre maggiore sull' atto in sè e visualizzando, ad esempio prima di addormentarsi, azioni sempre ben riuscite nei minimi particolari.

Dato che il cervello inconscio non è in grado di distinguere tra un' azione vera e una immaginata, esso prenderà per buona quest' ultima e tenderà ad allenarsi sempre nel modo migliore.

Naturalmente la cosa non è così semplice, e probabilmente chi dovesse essere contagiato da questo pernicioso morbo dovrebbe farsi consigliare da un esperto, ma un' ottima manutenzione cerebrale preventiva, semplice e rilassante come quella descritta, non può che far bene, anche a chi non suppone neppure l'esistenza di quest' oscura possibilità di cortocircuitare.

In tema di manutenzione, quindi, tralasciando i problemi legati alle tecniche vere e proprie di allenamento specifico, la strada migliore è quella che porta ad una semplificazione via via crescente dei possibili problemi in agguato. Tendere ripetutamente l'arco tutte le sere per qualche decina di minuti mantiene in forma, e se durante le trazioni si visualizza una situazione vissuta e positiva, conta di più che tirare centinaia di frecce ripetendo errori subdoli e mimetizzati.

Se ogni giorno si potesse tirare una sola freccia, immaginando di dover dipender da essa in modo totale e vitale, ci si preparerebbe psicologicamente all' azione con un' intensità talmente forte che gli imput al cervello sortirebbero un effetto certamente positivo, e ci si allenerebbe alla vera caccia ed al vero tiro a segno nel modo migliore.

L’immaginazione, dunque, è il nostro migliore alleato. Chiunque ha dentro di sé l’immagine di ciò che vorrebbe essere. Visualizzare nei minimi particolari l’azione gratificante vissuta magari in passato, arricchendola via via con particolari sempre più vividi (potreste arrivare al punto di sentire suoni e percepire odori) serve perfettamente da training virtuale. Eminenti studi hanno dimostrato come questo possa integrare l’allenamento reale (negli sport d’abilità) e, a volte, possa addirittura sostituirlo.

All’inizio costa fatica. C’è chi è più portato, e di certo chi ha la fantasia che è abituata a galoppare e a creare non avrà problemi. Partite per gradi, analizzate il gesto nei minimi dettagli, esprimete ciò che avete sempre sognato in un’immagine vivida, e portatelo fino a fondo. Più l’immagine sarà ricca, e virtualmente vera, più sarà efficace.

Tirar frecce è piacevole comunque, e visto che per farlo non sono necessarie licenze, poligoni e non esistono particolari restrizioni se non quelle dettate dal buon senso, se l' interesse principale dell' arciere è la caccia o l’agonismo, allora è fondamentale farlo con criterio, senza disperdere energie mentali o peggio, canalizzarle verso una ripetizione di un qualcosa di errato. Se è difficile allenarsi per il verso giusto, è facilissimo allenare il cervello istintivo con qualcosa di sbagliato.

Esso non è in grado di discriminare tra bene e male, e allora il minimo che può succedere è il blocco psicologico nel momento della verità, proprio quando davanti a sè compare l'obbiettivo di una vita di caccia, quando dal folto della foresta esce allo scoperto il "palco" dei sogni, o quando la freccia dello spareggio finale sta per uscire dal clicker.

Fare manutenzione all' attrezzatura, dopo aver spiccato questi voli in terreni insicuri legati alla propria psicologia, rappresenta un' ulteriore via per accrescere la confidenza e le fiducia in sè stessi come arcieri.

L' obbiettivo di ogni tiratore d'arco è, che ciò lo si razionalizzi o meno, diventare tutt' uno con il proprio bastone incordato e la freccia da scagliare a bersaglio. In poche parole contare su di essi, sempre e comunque.

Avere totale fiducia nell' attrezzatura significa possedere una totale confidenza con i propri limiti, in modo maturo e positivo. Significa saper anche improvvisare all' occorrenza qualche espediente, perchè sul terreno di caccia o sul campodi gara non sempre si può disporre del necessario e comunque non farsi mai scoraggiare significa provvedere alle soluzioni di fortuna, il più delle volte risolvendo i guai. Più l' attrezzatura è tecnologica e raffinata, più ovviamente la sua manutenzione diventa difficile da improvvisare, e la legge di Murphy dall' alto della sua pessimistica onnipotenza spadroneggia senza pudore.

Più le cose, e le attrezzature sono semplici, con maggior facilità si potrà ovviare ai piccoli inconvenienti. L’arco non fa il campione. Ahimé, triste realtà. L’attrezzatura, per quanto raffinata, è solo componente parziale della catena di cause ed effetti.

Se volete saperne di più, su questi argomenti, leggetevi Fare Centro dei Quaderni di Yr (Planetario Editrice); è completo e divertente.

 

Arcieria Tradizionale

Per Archi Tradizionali si intendono i Longbow e gli archi ricurvi corti e potenti, altrimenti detti archi da caccia. Generalmente in legno, gli Archi Tradizionali ci consentono di riassaporare il gesto del tiro con l'arco nella sua veste più antica e pura. Sono naturalmente banditi tutti i congegni tecnici di mira o stabilizzazione. Tantomeno rientrano nel discorso le carrucole che modificano la trazione nei "compound". Con gli Archi Tradizionali si pratica generalmente il tiro istintivo che si avvale di una attrezzatura, di un'impostazione e di una tecnica di mira molto caratteristiche e particolarmente affascinanti per chi sente il richiamo delle cose semplici e naturali.

L'arcieria tradizionale trova la sua più consona applicazione nelle manifestazioni e raduni organizzati dalla Fiarc tramite le sue numerose compagnie sparse su tutto il territorio nazionale, con grossa soddisfazione di tutti i partecipanti. La filosofia di base del nostro sport si basa sulla riscoperta dei delle tecniche più naturali che hanno accompagnato l'uso pratico dell'arco durante la storia intera dell'uanità. nei raduni d'arcieria tradizionale (che non ci piace chiamare gare), l'agonismo viene posto in secondo piano e le condizioni di tiro sono tutt'altro che monotone: Bersagli mobili, piattelli, distanze sconosciute, sequenze di tiri a cronometro, posizioni obbligate, impegnano l'abilità e la fantasia di ogni arciere.

Per concludere, questa pratica di tiro ha accompagnato l'uomo per più di ventimila anni ed ha sicuramente lasciato qualcosa nel più profondo di noi: sarà un'affascinante avventura riscoprirla e noi ci siamo impegnati ad aiutarvi.

 

Il Tiro Istintivo 

Innanzitutto l'arco viene usato spoglio di tutto, persino del rest. La freccia viene appoggiata su un tappetino incollato sulla base della finestra o anche direttamente sul legno. La corda si trattiene con l'indice sopra la cocca e il medio e l'anulare sotto. Si traziona con l'arco e la testa leggermente inclinati e con tutti e due gli occhi aperti. Si aggancia con il dito indice all'angolo della bocca e si sgancia dopo pochi istanti di intensa concentrazione sul bersaglio.

Questa naturale tecnica di tiro oggi internazionalmente definita "Instinctive Shooting" trova conferma nella maggior parte di notizie che ci sono giunte sugli arcieri primitivi.

La parte più affascinante e controversa del Tiro Istintivo è sicuramente la "tecnica di mira". Soprattutto chi ha già dimestichezza con altri metodi di tiro riterrà impossibile indirizzare la freccia al centro senza collimare (sovrapporre otticamente) alcun punto dell'arco o della freccia con il bersaglio. Per i grandi maestri di questa scuola, quali Howard Hill o Fred Bear, la cosa risultava invece assolutamente naturale, parlavano di concentrazione sul centro e definivano l'arco come naturale prolungamento del nostro braccio. Questi concetti risultano di più difficile comprensione per i neofiti. Nel nostro tiro l'inclinazione dell'arco e l'aggancio così basso allontanano qualsiasi riferimento dal bersaglio lasciandoci solo un buon campo visivo. Questo consente al nostro cervello di analizzare, senza che noi ce ne rendiamo conto, lo spazio tridimensionale tra noi ed il bersaglio e di cercare la sensazione che l'asta sia indirizzata correttamente; in quell'attimo la mano si aprirà da sola! Questa, come tutte le facoltà umane, ha bisogno di esercizio per raffinarsi e i risultati a cui può portare, col tempo, stupirebbero chiunque. Pensate per esempio a certi campioni di bocce o di tennis, come possono controllare così bene dove la palla andrà a finire?

La più grossa soddisfazione per chi tenta di diffondere questa filosofia sono i bambini. Naturalmente portati a credere senza preconcetti alle favole, ottengono i più strabilianti risultati in poco tempo. Il Tiro Istintivo ha una sua logica applicazione in situazioni di tiro particolari. E' assurdo pensare di competere con questi archi in gare FITA dove si tira fino a 90 metri. Non si può più parlare di tiro istintivo oltre i 40 metri, dove la parabola della freccia diventa tale da non poter più essere subconsciamente concepita e corretta. La nostra tecnica trova la sua più consona applicazione, e diventa addirittura più vantaggiosa di altre, nei tiri a bersagli in movimento (piattelli, sagome scorrevoli o palloni rotolanti) o dove si vuole tirare in pochissimo tempo e senza la possibilità di valutare esattamente la distanza del bersaglio. Gare con situazioni di questo tipo vengono organizzate dalla Fiarc (Federazione Italiana Arcieri Tiro di Campagna) 

 

Tecnica di tiro

Per la fase iniziale di apprendimento vi consiglio di tirare un un battifreccia a breve distanza (circa 5 metri) e senza alcun "centro", concentrandovi così unicamente sulla tecnica di tiro, dimenticando "dove" tirate e pensando unicamente a "come" tirate. La "mira", al contrario di ciò che potreste pensare, è l'ultimo dei problemi. Un buon arciere è fatto più da una buona tecnica di tiro che da una buona "mira".

I piedi vanno tenuti larghi circa come le spalle (quando possibile) e allineati su un'immaginaria linea diretta verso il bersaglio. L'arco va impugnato centralmente allineando il polso in modo che l'articolazione stia in equilibrio senza impegnare la muscolatura, stringendo l'arco il meno possibile, quanto basta per non lasciarlo cadere al momento dello sgancio; evitate assolutamente di trattenere la freccia con l'indice

Le dita sulla corda (indice sopra la cocca, medio ed anulare sotto) vanno tenute a circa 1cm. di distanza dalla cocca.

Alzate ora l'arco (sempre inclinato) verso il bersaglio, trazionandolo pochi centimetri; in questa fase fate attenzione a mantenere la spalla del braccio che impugna l'arco più bassa possibile e il gomito del braccio della corda più alto possibile.

Ora compite la trazione completa, fino a raggiungere con l'indice l'angolo della bocca; tenete il pollice in basso. La trazione va accompagnata daun'inspirazione e condotta il più possibile con la muscolatura della schiena, lasciando le braccia più rilassate possibile. L'aria andrà espirata solo dopo lo sgancio.

La posizione a sinistra (tipica del principiante) è quella sbagliata. Quella di destra è la posizione corretta 

La fase di trazione va eseguita salendo con l'asta già allineata e non lateralmente o sopra. Il puntamento diventa così fase integrante della trazione iniziando sin dall'incocco della freccia, con un unico gesto fluido e preciso, senza sprecare secondi preziosi. Giunti all'ancoraggio (indice all'angolo della bocca) dovremo considerare che la cocca sia sotto la perpendicolare dell'occhio dominante e l'asta non appaia storta. 

Il braccio dell'arco spinge, proteso come ad indicare il centro. Ora, dopo pochi istanti di intensa concentrazione, la mano si rilasserà fino a fare "scappare" la corda. Se dopo lo sgancio la mano risulta contratta e/o lontana dal viso, significa che lo sgancio era "nervoso" e "volontario"; bisogna invece che esso sia rilassato ed involontario quanto più possibile. Durante i pochi istanti prima dello sgancio, la testa leggermente inclinata con l'arco vi aiuterà ad allineare l'asta ed i due occhi aperti, a cercare la sensazione che essa sia indirizzata al centro.

Per allenarvi a questa sensazione prendete una freccia senza l'arco, impugnatela come se tiraste veramente e puntate un occhio di un vostro amico a circa 10 mt.; quando "sentirete", secondo la vostra sensazione, che essa sia puntata sull'unico occhio aperto del vostro amico, chiedete il suo parere e correggete secondo le sue indicazioni. Potendo soffermarvi a lungo in quella posizione fate il vuoto nella vostra mente ed assaporate quella sensazione; è quella che dovrete ricercare durante il tiro.

 

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Ultimo aggiornamento: 14-12-10